Archivio per la categoria ‘Informazione alternativa’

Vi fornisco il link che rimanda alla pagina di Wikileaks con i dispacci dell’ambasciata americana a Roma. Sono praticamente i documenti classificati come “confidential” e quindi che mai avrebbero dovuto essere pubblicati.

Viva l’informazione libera.

Ecco il link: http://wikileaks.ch/origin/25_0.html (se i documenti non sono della “Embassy Rome” basta cliccare il link in basso a sinistra, scegliendola tra tutte le ambasciate. Mi scuso per il link, ma mi sono accorto che li aggiornano sempre e quindi cambiano spesso).

A per Assange

Pubblicato: 8 dicembre 2010 in Informazione alternativa, Res Publica

fonte: corriere.it

Liberate Assange!

L’ennesima prova del fatto che siamo solo in una pseudo-democrazia è proprio l’incredibile accerchiamento diplomatico attorno al giornalista australiano e al sito Wikileaks. Tutti si stanno passando la “patata bollente” mentre il mondo intero vuole continuare a sapere quanta ipocrisia c’è nei rapporti tra i diversi Stati nazionali. La libertà di stampa dovrebbe essere una vecchia conquista, evidentemente c’è qualcuno che crede di averci portato di nuovo indietro di secoli. E’ una vergogna.

Il fatto che Frattini e altri abbiano esultato al suo arresto (per fatti tra l’altro che non c’entrano niente con le fughe di notizie causate da Wikileaks) è sintomo di paura e debolezza delle diplomazie internazionali. C’è la querela se si pensano che queste cose siano cazzate. Assange resisti, siamo tutti con te.

Viva la Libertà di Stampa. Viva i Diritti Costituzionali.

Il 17 Novembre è la Giornata Internazionale degli Studenti , una giornata di attivismo studentesco. La data commemora l’anniversario del 17 novembre 1939, data dell’assalto nazista all’ Università di Praga dopo le manifestazioni contro l’uccisione di Jan Opletal e l’occupazione della Cecoslovacchia, e dell’esecuzione di nove leader studenteschi e dell’invio di 1200 studenti nei campi di concentramento.

Nel 1941 alcuni gruppi di studenti in esilio, primo nucleo dell’International Union of Students, decisero che il 17 novembre sarebbe diventato l’International Students Day, la giornata internazionale di mobilitazione studentesca

 

Scendiamo in piazza il 17 Novembre, in Italia come in tutto il mondo, perché siamo convinti che la conoscenza sia uno straordinario strumento di liberazione di tutti e tutte.

A maggior ragione in un periodo di crisi del sistema internazionale che ha conseguenze così gravi sui diritti di tutti gli studenti e tutte le studentesse, ma anche su tutto il mondo della cultura e della conoscenza.

 

Scendiamo in piazza perché crediamo che puntare su una scuola, un’università e una ricerca pubblica significhi riconoscerne lo straordinario valore sociale, l’unica possibilità per immaginare un’uscita da tutte le crisi tesa al miglioramento delle condizioni di vita di ognuno.

 

Scendiamo in piazza per ribadire l’importanza del DIRITTO ALLO STUDIO che oggi viene messo in crisi da tagli strutturali e progressivi del 95% entro il 2013 che vedono sempre più leso quel diritto sancito dalla nostra Carta Costituzionale, come recita l’articolo 34: “[…] I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi […]”.

 

Scendiamo in piazza per sostenere la ricerca pubblica che in un momento di crisi è uno dei principali mezzi per il rilancio socio-economico del Paese e che in Italia viene gravemente penalizzata. Per cui desideriamo che generazioni di scienziati non siano “obbligati” ad espatriare per continuare il loro lavoro di ricerca in maniera dignitosa.

 

Scendiamo in piazza con i precari della conoscenza, perché la figura dello studente di oggi è già precaria prima ancora di entrare nel mondo del lavoro, e per ribadire che un futuro fondato sul precariato non è accettabile né per lavoratori né per studenti.

 

Scendiamo in piazza, e chiediamo a tutti i cittadini di fare lo stesso, perché questa non può essere solo la nostra battaglia ma al contrario, è la battaglia di chi crede che un’alternativa all’Italia del declino sia possibile anzi necessaria.

 

L’ampia e diversificata partecipazione di sindacati, giovanili di partito, gruppi di personale docente e scolastico, studenti medi e universitari, ricercatori e singoli cittadini , dà una chiara idea di come ogni componente sociale abbia creato uno spazio di condivisione che dimostra unità d’intenti e volontà di collaborazione anche per il domani.

Quanto detto sancisce ancor di più l’importanza del 17 NOVEMBRE.

 

IL FUTURO E’ ADESSO … RICOSTRUIAMOLO INSIEME!

Hanno redatto il documento e si fanno promotori dell’iniziativa: Rete Universitaria Attiva – UDU, Giovani Democratici, Giovani Comunisti, Federazione Giovanile Comunisti Italiani.

 

Aderiscono: FLC-CGIL, Studenti Medi e Universitari, Coordinamento Istruzione Pubblica, Coordinamento “Prendiamoci cura dei nostri servizi educativi pubblici”, gruppo personale ATA e docenti Liceo A. Roiti, personale ATA e docenti di: ITI N. Copernico, Liceo Sociale G. Carducci, Coordinamento dei Ricercatori Precari di Ferrara, Ricercatori Università di Ferrara.

Sarah Scazzi

Distrarre gli italiani è ormai diventato l’unico obbiettivo delle televisioni nazionali.

In un periodo critico per il paese, l’attenzione nazionale viene magistralmente focalizzata su un episodio, per quanto efferato e terribile, di cronaca. Non è la prima volta che succede e posso scommetterci che non sarà affatto l’ultima. Come se non ci fosse niente di meglio o di più importante di cui parlare.

Non fraintendetemi, non scrivo per minimizzare un crimine bestiale, ma per biasimare chi ci sta costruendo su il solito circo mediatico con l’unico scopo di nascondere o far passare in secondo piano altre notizie. Fior fior di giornalisti fanno a gara per realizzare il pezzo più drammatico o per catturare qualche scatto o qualche secondo di ripresa della famiglia in lutto. Vergognoso. Se questo è il giornalismo, allora faccio bene a non essermi iscritto all’Ordine.

Ogni tanto serve una storia terribile, qualche omicidio misterioso o crudele, per poter offrire al governo di turno un ottimo parafulmini che attiri l’opinione pubblica. Ore e ore di trasmissioni, altissima rilevanza dei telegiornali, e ricerca continua di colpi di scena.

Successe con Erika e Omar, con il delitto di Cogne (per anni interi), con la “stragze di Erba” e adesso con l’omicidio della povera Sarah. Tutti avvolti da un alone di incertezza anche dopo le sentenze della magistratura e uniti da un filo rosso che rappresenta il loro comune obbiettivo: distrarre.

Posso capire che si riporti la notizia o che si diano aggiornamenti in caso di svolta delle indagini, ma di qui a farne l’unico argomento di interesse nazionale ce ne passa.

Anche noi però ci mettiamo del nostro: la gente infatti è molto più colpita da queste notizie piuttosto che da quelle di economia o di politica. Crolla una banca, va in bancarotta un paese? Vabbè, si va avanti. Si programmano “riforme” che minano il futuro del paese? Si, magari ci incazziamo, ma poi finisce tutto nel dimenticatoio.

L’altra sera ero in pizzeria e mentre aspettavo il mio turno un telegiornale annunciava l’arresto della cugina di Sarah o comunque qualcosa di relativo al caso. Subito le persone si sono buttate in commenti e chiacchiericcio vario con gente che fino ad un minuto prima neanche conosceva. Se il TG avesse parlato della manifestazione sindacale della FIOM, tutti si sarebbero stati zitti e avrebbero aspettato di ordinare la pizza. La mia domanda è: perché?

Perché un caso privato attira di più l’attenzione rispetto ad un problema serio, reale, del paese?

Forse nel sentire di un omicidio siamo portati ad immedesimarci nei familiari delle vittime, è normale, ma queste reazioni (ultimi barlumi di umanità in questa società individualistica) sono alimentate volontariamente da chi vuole che non si parli di ciò che è davvero importante per l’Italia.

Lasciate in pace la povera Sarah, lasciate in pace la famiglia, fate proseguire le indagini con calma. Non è grazie alla TV che si scopre l’assassino. Lasciate che la Giustizia faccia il suo corso.

Abbiamo altro a cui pensare.

Care Studentesse, cari Studenti, gentili Genitori,

come probabilmente avrete sentito, l’Università italiana vive una fase di profondissima crisi. Si parla tanto di riforme, di premiare il merito, di eliminare gli sprechi, il baronato, il nepotismo, di innalzare la qualità della didattica e della ricerca, ma finora il governo, con le ultime leggi finanziarie, è stato solo capace di ridurre del 20% i finanziamenti all’Università e alla ricerca pubblica. Del 20%!!! C’è da chiedersi: quale altro comparto del sistema statale ― Trasporti, Sanità, Giustizia ― potrebbe reggere un taglio così devastante? Allo stesso tempo è in discussione una “riforma” dell’Università (il DdL Gelmini) che, sistematicamente, va nella direzione opposta agli slogan sbandierati pubblicamente: merito, spazio per i giovani, lotta ai baronati, sostegno al diritto allo studio. Ciascuno di questi principii, che tutti condividiamo, sarà molto più lontano se questa “riforma” dovesse essere approvata.

Queste politiche avranno delle conseguenze di cui tutti devono essere informati e coscienti.

La prima conseguenza sarà un aumento progressivo delle tasse universitarie, già iniziato dallo scorso anno accademico. A tale aumento ne seguiranno altri. Tra tre/cinque anni le tasse universitarie potrebbero raddoppiare. È questa la soluzione alla crisi per il nostro Paese? Perché gli altri paesi avanzati (USA, Germania, Francia) aumentano invece, a fronte della crisi, le risorse per l’istruzione, l’Università e la ricerca? Con questi tagli l’Italia è il paese europeo che investe di meno nella ricerca e nell’Università: solo lo 0,8% del PIL, cioè della ricchezza del paese. La media europea è dell’1,4%, ma i nostri principali “concorrenti” (Germania, Francia, Gran Bretagna) investono da tre a cinque volte più dell’Italia.

La seconda conseguenza sarà la riduzione dei servizi e un diritto allo studio slegato dalle condizioni economiche degli studenti . Diminuiranno le borse di studio, le mense, le case dello studente, verranno tagliati molti corsi di laurea e verrà esteso il numero chiuso a moltissimi corsi di studio. Il governo afferma di voler tutelare il diritto allo studio eppure, in 60 anni di vita repubblicana, non è mai stata fatta una seria politica in tal senso. Solo le famiglie ricche e non troppo numerose potranno in futuro affrontare la scelta di una formazione universitaria di qualità per i propri figli, con aiuti agli studenti Questo non è giusto, non è civile, non è degno del nostro Paese.

La terza conseguenza sarà la “perdita” di migliaia di persone qualificate che lavorano nell’Università. Troppo spesso la televisione e i giornali danno un’immagine distorta dell’Università. L’Università dei “baroni”, degli amici degli amici; l’Università degli sprechi e deifannulloni. Certo, anche nell’Università, come altrove, esistono casi di gestione poco trasparente, che vanno senz’altro contrastati. Ma non dimentichiamo che vi lavorano, con spirito di abnegazione e sacrificio, e con retribuzioni che rasentano il ridicolo, migliaia e migliaia di giovani.Forse non sapete che molti di quelli che giustamente chiamate “professori” sono precari, il cui futuro è compromesso dai tagli all’Università pubblica, previsti già a partire da quest’anno; altri, molti altri, sono Ricercatori, i quali tengono i corsi senza riconoscimenti, né istituzionali né economici, facendo un’opera di volontariato aggiuntiva e gratuita che va al di là dei loro compiti. E forse voi genitori non sapete che, senza il contributo dei precari e dei ricercatori, l’Università non potrebbe garantire, nonostante l’aumento delle tasse, quell’alto livello di ricerca e formazione che, oggi più che mai, il mercato del lavoro richiede.

L’Università attende una riforma. Una riforma che punisca i privilegi, le cricche, gli sprechi e incentivi una didattica e una ricerca di qualità. La riforma del ministro Gelmini, punirà invece soprattutto i deboli, quelli che non sono tutelati, facendo pagare il conto solo alle nuove generazioni, cioè agli studenti e ai “giovani” ricercatori, precari e non. I ricercatori oggi esistenti (oltre 25.000) vengono per legge “rottamati”: la loro categoria semplicemente scompare, come se fosse inutile e improduttiva. La “riforma” Gelmini, al contrario è cucita su misura dei pochi che giàoggi detengono il potere universitario (e ai quali il Governo stesso imputa il fallimento del sistema attuale!), consegnando loro “le chiavi” delle università italiane. Una “riforma” che riduce la democrazia ed il controllo sugli organi interni degli atenei; relega i giovani studiosi in un limbo di 11-13 anni di precariato (cosa impensabile in qualsiasi altro paese europeo) dopo il quale anche l’eventuale assunzione sarà incerta, poiché dipendente comunque dalle risorse finanziarie disponibili (in quel momento e in quell’ateneo) e non dal merito individuale effettivamente dimostrato. Una “riforma” che riesce nel capolavoro di mettere assieme il peggio della vecchia Università pubblica e della gestione privatistica e personalistica dei beni comuni. Basta guardarsi intorno, l’atteggiamento verso questo tentativo la dice lunga: plaudono i vecchi potentati, che non credono a tanto omaggio; la contrastano i ricercatori, i precari e gli studenti e sempre di più anche moltissimi professori, quelli che credono nella dignità del loro ruolo di educatori e di studiosi.

Per queste ragioni i ricercatori, assieme a molti studenti e a tutti coloro che hanno a cuore una Università pubblica, libera e aperta, stanno oggi lanciando alto e forte un segnale d’allarme.

Chi sono i ricercatori? Per legge sono assunti e valutati solo per fare ricerca. Possono eventualmente svolgere, su base volontaria, attività didattica (seminari, esercitazioni ecc) di supporto ai corsi tenuti da professori associati ed ordinari. In realtà una parte molto consistente dei corsi, circa il 40%, sono svolti interamente dai ricercatori, come la maggiore, e forse la migliore, parte della ricerca in Italia. La riforma Gelmini li umilia, li mette ad esaurimento, non riconosce in alcun modo il contributo all’offerta formativa che hanno dato e che danno volontariamente e gratuitamente da anni. A partire da questo anno accademico, abbiamo deciso di anticipare ciò che è previsto dalla “riforma” in discussione e di concentrarci quindi sulla ricerca, non mettendoci a disposizione per l’insegnamento. Abbiamo deciso di attenerci a quello che la legge prevede per il nostro ruolo. Abbiamo deciso di dimostrare a tutti che l’Università rischia il collasso a causa di questi tagli folli e dell’assenza di attenzione nei confronti degli studenti, delle nuove generazioni, di chi dentro l’Università si impegna e lavora ogni giorno con passione e dedizione. Molti ricercatori, professori associati e ordinari, stanno aderendo in tutta Italia al questa protesta, rifiutando di assumere gli insegnamenti che lasceremo scoperti. Moltissimi tra i ricercatori precari condividono e sostengono la nostra protesta.

A causa di questa politica dissennata l’’Italia diventerà presto un paese socialmente e culturalmente più povero. Al fine di salvaguardare la funzione strategica dell’Università in Italia, per arrivare davvero a un’alta formazione pubblica di livello europeo, per infrastrutture, diritto allo studio, dotazione di ricerca, è necessario che forte e chiara si levi la nostra voce.

In questi giorni stiamo assistendo ad un vero e proprio tentativo di compravendita dei ricercatori operato dal Governo per dissolvere la nostra protesta.

Ciò che ci unisce oggi, studenti e ricercatori, è il senso di responsabilità nei confronti del futuro del Paese. Non siamo disponibili a ricatti, tentativi di contrapposizione o mercanteggiamento, vogliamo un futuro migliore per le nostre università, per il diritto allo studio, per la ricerca pubblica.

Vogliamo una Università che aiuti il paese a crescere; una Università che dia un futuro ai giovani e alla società. Perché l’Università è il cervello di un paese moderno; l’Università e la Scuola rappresentano i principali strumenti per rispondere alle sfide sociali, culturali ed economiche del futuro. Non siamo ingenui: il futuro e il benessere non ce li regaleranno certo la televisione e l’ottimismo! Per questo, studenti, genitori, è ora di portare avanti insieme questa protesta.

 

Da costruttori di sapere, fermiamo il ddl e ricostruiamoci il futuro!

 

In prima fila

 

Finalmente, dopo giorni di attesa, si è passati ai fatti.

Stamattina, contemporaneamente ad altre quindici università italiane, l’UdU (Unione degli Universitari), rappresentata a Ferrara dalla Rete Universitaria Attiva, ha simbolicamente bloccato l’accesso alle varie facoltà dell’ateneo.

Mi sono sentito in dovere di scendere in campo personalmente e di essere parte attiva in questa manifestazione. Io, insieme ad altri miei colleghi, siamo andati anche in giro per i vari blocchi che costituiscono il Polo Scientifico-Tecnologico ferrarese. L’obbiettivo principale è stato quello di informare chi (e sono la maggioranza) non era a conoscenza del pericolo che pende sul futuro dell’istruzione universitaria pubblica in Italia. Distribuire volantini, parlare con gli studenti e spiegare loro il perché del rinvio delle lezioni e della protesta dei ricercatori.

Dal punto di vista pratico abbiamo chiesto a chi era d’accordo non di firmare una petizione, ma di essere partecipe di una fotopetizione. Mettere la faccia è molto più difficile che mettere una firma. Così ognuno di noi si è messo in testa un casco da cantiere e si è fatto fotografare, “firmando” in questo modo originale e, a mio avviso, più significativo. Io ho fatto principalmente da fotografo, anche se, quando vedevo che qualcuno era tentennante, intervenivo significativamente e continuavo la conversazione spiegando altri aspetti negativi della riforma che magari erano sfuggiti a chi era con me in gruppo.

Siamo stati felici di incassare l’appoggio di molti ricercatori e di alcuni professori, che ovviamente hanno indossato il caschetto e si sono fatti fare la fotografia.  Lo slogan è stato: “Costruttori di sapere”. In effetti, è quello a cui serve l’Università. Quello per cui paghiamo bei soldoni.

Purtroppo ovviamente c’è stato anche chi non ne ha voluto sapere niente e ha preferito andare a lezione. O chi non ha voluto fare la foto, o semplicemente chi diceva “tanto non serve a niente”. Siamo tutti bravi ad essere d’accordo con chi protesta.

“No ma… i ricercatori hanno ragione, fate bene a protestare… questo governo… la riforma… la Gelmini… Berlusconi…” ma poi cosa fai di concreto? Niente. Siamo tutti bravi a dire “Armiamoci e partite“. Siamo tutti bravi a sciacquarci la bocca e a sentirci “alternativi”, “contro il sistema”, “impegnati”, “complottisti” e cazzi vari. Ma poi, cosa hai fatto di concreto, a quale manifestazione hai partecipato, quando sei sceso in piazza, quando hai fatto la figura del coglione a fermare la gente e a spiegare cose che tu sai e altri no? Se poi ti senti soddisfatto di condividere ogni tanto su Facebook qualche video “alternativo” e questo appaga la tua sete di vendetta e la tua rabbia contro cosa c’è di marcio in questo paese, beh, allora complimenti. Continua a sciacquarti la bocca e a sentirti “fuori dal gregge”. In realtà, sei una delle pecore, fidati. C’è bisogno di azione, non di parole. Io il mio piccolo contributo oggi l’ho dato, e con me alcuni miei colleghi. Oggi eravamo il 100% degli iscritti a Tecnologie Fisiche Innovative (ordinamento 2009) a protestare. Ovviamente non siamo tanti, ma diamo un segnale. La cosa più importante adesso è informare. Bisogna farlo perché nessuno ne parla e se nessuno ne parla, nessuno si incazza, e a Montecitorio continueranno a far passare le migliori porcate della storia d’Italia, e devo dire che, purtroppo, ogni anno il primato si aggiorna.

Abbiamo Internet, non siamo stupidi, usiamolo. Facciamo informazione. Ognuno di noi può essere un piccolo altoparlante di una propaganda alternativa a quella dei giornali e dei telegiornali. Condividiamo e invitiamo i nostri amici a condividere sui social network o scriviamone sui nostri blog. Solo Internet è rimasto, e non sappiamo per quanto. Sfruttiamo queste occasioni.

Giovedì 7 Ottobre c’è un altra assemblea, andiamoci tutti. Ora tocca a noi.

Lunedì 4 ottobre 2010 alle ore  16:30 RUA organizza una riunione presso la facoltà di lettere, sita in via Savonarola n°38, aperta a chiunque volesse partecipare, per  mettere in atto martedì 5 ottobre una iniziativa comune con tutte le UdU in tutta Italia al fine di sensibilizzare gli studenti ai problemi dell’Ateneo di Ferrara e dell’università italiana. Con caschi e nastro da cantiere si bloccherà “simbolicamente e pacificamente” l’accesso di tutte le facoltà dell’Ateneo, che risulteranno inagibili a causa dei tagli che stanno colpendo il comparto e lo colpiranno ancora più duramente negli anni a venire. Vi chiediamo di partecipare non solo perchè vi trovate nella facoltà direttamente colpite dalla questione ricercatori, ma anche e soprattutto perchè i tagli nei prossimi tre anni saranno progressivi e sempre maggiori. E se già nel 2010 la situazione è critica, nel 2013 alcune facoltà e corsi di laurea o specialistiche potrebbero chiudere definitivamente. Ciò che sta già succedendo anche nella stessa Ferrara. Non corsi inutili, ma assolutamente cardinali nella pianta organica dell’Ateneo.
Speranzosi di vedervi numerosi
RETE UNIVERSITARIA ATTIVA

Studenti al servizio di altri Studenti

Dario Alba (coordinatore RUA-UdU)
Giovanni Oliva (ARCHITETTURA )
Massimo Bonamici, Dario Alba e Michele Cirella (INGEGNERIA)
Manlio Fusciello, Annamaria Cappello (SCIENZE BIOLOGICHE, BIOTECNOLOGIE)
Eliana Del Prete (FARMACIA E CTF)
Cinzia Croce, Nicola Bettini (INFORMATICA)
Enrico De Camillis ed Eugenio Carrara (MEDICINA)
Daniele Branca, Frazncesco Raimondo e Giulia Castellano (GIURISPRUDENZA)
Christian Lucchiari e Matteo Bianchi (LETTERE)