Maroni, i cori e la democrazia

Pubblicato: 16 novembre 2010 in Res Publica, Sport

Troppi anni fa ho sostenuto a Bologna l’esame di Filosofia del Diritto con Enrico Pattaro. La filosofia del diritto è una materia affascinante, una grande avventura del pensiero umano, che trova secondo me il più alto esempio nell’intricata e mirabile “dottrina pura del diritto” di Hans Kelsen. Ma devo a Pattaro l’opportunità di avere conosciuto il cosiddetto “realismo giuridico” scandinavo, che ha avuto i suoi massimi esponenti in Azel Hägerström e nel suo allievo Karl Olivecrona. In questa scuola di pensiero le società moderne, che hanno visto sorgere il Grande Leviatano dello Stato, cioè di un’organizzazione che detiene il monopolio della forza, e la possiede in misura tale da poter soverchiare qualsiasi individuo o gruppo minoritario della società, il diritto serve a organizzare questa forza, a renderla prevedibile e perciò stesso controllabile. Un assunto reso celebre dall’aneddoto del contadino prussiano che, di fronte alla prepotenza del Re, disse serafico “ci sono dei giudici a Berlino”. Il principio di legalità, di per sé solo, non è naturalmente sufficiente a proteggere la libertà; può anzi essere lo strumento con il quale essa viene cancellata. Ma quando il principio di legalità è accompagnato da una serie di garanzie democratiche (non solo la libertà di voto, ma la libertà di stampa, di associazione, di manifestazione) si raggiunge un accettabile punto di equilibrio fra il funzionamento della comunità e le potestà degli individui. Punto di equilibrio fondato sulle “libertà borghesi” e sulla democrazia delegata, naturalmente; ma il più avanzato finora raggiunto nella storia umana.

Il responsabile e il garante dell’ordine pubblico, nelle democrazie, è il ministro degli Affari Interni, a cui è affidata la guida politica delle forze dell’ordine. È il ministro degli Interni che dispone i servizi di protezione durante le manifestazioni, che decide sull’uso della forza e sulla quantità di forza necessaria nelle diverse circostanze. Un potere effettivo, immediato, ragguardevole. Che ha come conseguenza e corollario un potere di dissenso pressoché illimitato da parte dell’opinione pubblica. Detto in altri termini, se l’Esecutivo è certamente sottoposto e sottoponibile al controllo di legalità, il titolare dell’ordine pubblico è soggetto anche alla più ampia espressione del dissenso dei cittadini. Proprio perché il suo potere è vasto e la sua funzione cruciale.

Quando avevo ancora l’età per essere un manifestante, ho detto molte cose poco carine sui titolari del Viminale, da Cossiga (anzi Kossiga) in giù. Ho ricevuto in cambio la mia dose di lacrimogeni e in qualche circostanza ho rischiato le manganellate, ma non per gli slogan che urlavo o per gli striscioni che inalberavo, bensì per il fatto che ostruivo le strade, facevo picchettaggio davanti alle scuole, insomma tenevo dei comportamenti definiti illegali. Regole del gioco conosciute, in qualche modo rispettate da entrambe le parti.

Ora leggo che l’Us Foggia è stata multata di circa ottomila euro per “cori dei tifosi contro Maroni”. Non so se questi cori riguardino specificamente il ministro leghista, i suoi antenati e i suoi affetti, o si limitino ad inveire contro la tessera del tifoso. Di sicuro è una violazione di quel patto non scritto di cui parlavo prima. Tanto più subdolo in quanto non avviene con gli strumenti della giurisdizione. Voglio dire che, se la Curva Sud decidesse di dedicarmi un coro insultante, io dovrei rivolgermi a un giudice, presentare una denuncia contro ignoti, sporgere querela, insomma seguire delle procedure che mi garantiscono e garantiscono anche il o i convenuti. Ma se invece che a Ciccarelli gli insulti sono rivolti a Maroni, il buon Roberto non deve nemmeno prendersi la briga di offendersi: ci pensa la Lega, che in forza di un discutibilissimo principio di “responsabilità oggettiva” persegue non gli autori dei cori ma la società che gestisce lo stadio dove quegli autori seguono la partita.

Personalmente ho qualche dubbio anche sull’utilità delle sanzioni contro i cori razzisti; ma lì c’è almeno una nobile causa. Diciamo che si tratta di una risposta sbagliata ad un’esigenza giusta. Ma Maroni? Perché è interesse della comunità che il ministro degli Interni non sia criticato, anche aspramente? È vero il contrario: perché l’ordine pubblico non dipenda esclusivamente da un ammasso di divieti e di interventi repressivi, dobbiamo fare in modo che la sua gestione sia discussa, contrastata e contestata: perché solo così potrà essere partecipata e condivisa. Quindi, sperando che queste multe non siano retroattive, e che nessuno venga a chiedermi un risarcimento per tutte le cose che ho urlato a suo tempo (con queste tariffe mi chiederebbero svariati milioni di euro), credo si debba protestare con forza contro provvedimenti del genere e difendere in modo strenuo gli spazi di libertà che vanno progressivamente restringendosi. Non stiamo parlando di calcio e di stadi: stiamo parlando di democrazia.

Enrico Ciccarelli

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