Traumatize yourself on Dolomites!

Pubblicato: 8 agosto 2010 in > The best of Chi-Quadro <, Personale

Cascata e annessa piscina con idromassaggio

É finita… Anche questo campo è stato archiviato. Una grande fatica ha accompagnato il nostro percorso lungo le Dolomiti. Che montagne, ragazzi!

Per chi, come me, è abituato agli Appennini o al massimo al Gargano, non provare timore di fronte alla mole dei massicci dolomitici è praticamente impossibile. Montagne che non riesci a racchiudere in un solo sguardo e che ti costringono ad alzare gli occhi per vedere la cima. Montagne che puoi capire soltanto quando il sudore si unisce alla pioggia battente in una salita infinita.

É stato un campo pieno di emozioni, di pensieri e di riflessioni. Le difficoltà non sono mancate, e non c’è stato uno solo di noi che sia riuscito a farsi il campo senza un acciacco o un imprevisto. Siamo partiti in nove e siamo arrivati in sei. Abbiamo macinato chilometri non solo in lunghezza del percorso ma anche e soprattutto in dislivelli. Abbiamo  camminato mattina e pomeriggio ogni giorno, anche di notte quando si è rivelato necessario. I paesaggi spettacolari che trovavamo quando arrivavamo in cima però erano davvero mozzafiato. Ho fatto quasi 400 fotografie perchè c’erano dei momenti che andavano assolutamente immortalati.

E pensare che la prima “botta” è arrivata già il primo giorno, con tre salite (tra cui la conquista della cima del monte Serla) una peggiore dell’altra e l’imprevisto del “ghiaione” che ci ha fatto perdere tempo prezioso. Tempo che poi non siamo riusciti a recuperare per arrivare a fine tappa e quindi abbiamo dovuto riparare al primo posto utile, passando la prima notte sotto un enorme burrone a più di 2000 metri di altezza. Se il buongiorno si vede dal mattino…

Il panorama in cima al Serla, la prima vetta che abbiamo scalato

Il secondo giorno inizia sulla stessa lunghezza d’onda del primo. L’obbiettivo è concludere l’aggiramento del gruppo montuoso a Sud del Serla, con un percorso accidentato fatto di roccia e scale in legno o ferro (verticali). Quando, dopo quel tratto difficoltoso, siamo arrivati in un tranquillo alpeggio, lo sfogo liberatorio non si poteva più trattenere. Una delle parti più difficili del campo era ormai alle spalle, mentre di fronte a noi si estendeva una bellissima vallata, sicuramente pascolo di qualche fortunata mandria di bovini. Ricordo con quale impareggiabile gusto ho mangiato una semplicissima “Nastrina” (anzi, l’avevo smezzata con Antonello) dopo la fatica e la concentrazione dello sforzo appena profuso per arrivare fin li. Sono stati pochi morsi di puro e assoluto godimento, sdraiato sull’erba e appoggiato allo zaino. Dopo la tappa è continuata fino al primo rifugio, il “Vallandro”, dove abbiamo pranzato e sostato, fino ad arrivare al lago di Landro, dove abbiamo montato le tende. Il piccolo torrente presso cui ci siamo accampati si è presto trasformato in una ghiacciatissima piscina. Però che goduria tuffarsi nell’acqua praticamente a zero gradi e gridare e bestemmiare come dei pazzi per il freddo che ti entra nel cervello e nelle ossa. É stato meglio non fotografare certi momenti… chi c’era sa.

Il terzo giorno abbiamo seguito il dannatissimo sentiero 226 e abbiamo iniziato a fare i conti con la dannatissima pioggia. É stato però forse il giorno più significativo, della fatica vera, costante, dall’alba al tramonto. Ci sono stati momenti di smarrimento, quando attendavamo di svalicare e invece le montagne continuavano ancora e i segnali dei sentieri ci confondevano. L’ambiente era diventato surreale: eravamo in mezzo alle nuvole, circondate dal loro grigio, misto a quello delle rocce che ancora ci sovrastavano nonostante fossimo sopra i 2000 metri.

Le nuvole che ci circondavano, minacciose…

Il caso ci ha regalato un ambiente così suggestivo che difficilmente potrò dimenticare. Pochi metri e non vedevi più nulla, ti giravi e osservavi cime ancora più alte per metà coperte dalle nuvole e per metà nude, maestose e altere. Una targa celebra il primo “conquistatore” della “Torre dei sabbioni”, tale Luigi Cesaletti che compì tale impresa nel lontano 1877. Questa targa è posta nella “Forcella Grande”, a 2255 metri di altezza.

Poi una ripidissima discesa verso il Rifugio “San Marco”, raggiunto in serata proprio al tramontare del sole. Il freddo e l’acqua erano ormai parte dei nostri corpi, e un caldo rifugio è veramente l’unica cosa che desideri mentre scendi, pietra dopo pietra.

Foto con la mia sciarpetta al “San Marco”

Il tè caldo all’arrivo fu un’altra goduria indescrivibile e potemmo anche sfogare un po’ la nostra “foggianità” dopo aver tenuto il fiato sospeso per tutta la giornata. Dopo il consueto montaggio delle tende, finalmente, il riposo.

Il quarto giorno è stato il giorno delle defezioni. Sono partiti Alessandro (ci dispiace tantissimo per l’accaduto, ti siamo tutti vicini) e a distanza di qualche ora anche Filippo e Carmine per un problema fisico. Il Clan è adesso formato da soli sei membri, lo zoccolo duro che resiste e continuerà comunque il campeggio. Siamo io, Giampaolo, Massimiliano, Antonello, Fabio e Giuseppe. Abbiamo una mezza giornata di ritardo rispetto al previsto e la notte ci acccampiamo dove troviamo spazio vicino ai ruscelli, inesauribile ed inestimabile fonte d’acqua.

A volte chi traccia i sentieri non ha le idee molto chiare... e chi ne fa le spese?

Proseguiamo il cammino verso il “Bivacco Campestrin” non senza difficoltà. La salita è lunga e ardua si arriva a più di 2100 metri su un sentiero  sottile fatto di rocce e ciottoli, e anche la discesa non è da meno, soprattutto adesso che i piedi iniziano ad essere pieni di vesciche, e i muscoli ad essere stanchi. Arrivati al rifugio però, la sorpresa è totale. Tutto è a nostra disposizione: non c’è nessuno. Possiamo usare le brandine, il cibo, le coperte, la legna rimasta all’asciutto e protetta dalla pioggia caduta nelle ore precedenti. Una vera e propria manna dal cielo. Logicamente lasceremo una congrua offerta per aiutare gli amici del CAI a mantenere questo angolo di Paradiso.

Sorrisi e volti rilassati dopo la sfacchinata

La mattina dopo il morale è finalmente alto, non ci saranno più salite, anche se scendere dai 1649 metri del Bivacco ai 490 di Ospitale di Cadore non è proprio una passeggiata lungo un boulevard parigino. Ogni doloroso passo però ci avvicina a Venezia, tappa intermedia dove dovremo aspettare il treno che ci riporterà a Foggia.

Non ho mai visitato Venezia e devo dire che la città è davvero all’altezza della fama che ha: stupenda. Vie strette, ponti, canali, gondole e migliaia di turisti ovunque. Addirittura un sudcoreano ha voluto farsi una foto con me. Dopo aver lasciato gli zaini io Antonello e Giampaolo ci siamo fatti un giro assurdo per trovare Piazza San Marco, e poi siamo dovuti tornare quasi di corsa per non perdere il treno.

Nella città dei Dogi

Evito di commentare il viaggio in treno altrimenti sarei ripetitivo: classico “viaggio della Misericordia” dell’Intercity notte con decine di persone accampate nei corridoi. Ma ormai questo non ci interessava più… eravamo sulla via di casa.

Come potete capire dalla mole di questo post, è stato un campeggio che ho sentito molto; sicuramente è stato il più faticoso, e non basteranno queste poche righe ad esprimere tutto quello che ho dentro. Se volete vi racconterò meglio a voce.

Sono convinto però che chi ha vissuto tutto ciò fino in fondo, da oggi sarà un uomo un po’ diverso.

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commenti
  1. Giacomo ha detto:

    Grandissimo Alessio!!! Avete fatto un giro stupendo (conosco quelle zone..poi ho controllato su Google Maps.. è lunghissimo!) Sono appena tornato anche io dopo un mese quasi ininterrotto di montagna! 🙂 🙂 Ho accompagnato per rifugi i giovani del CAI prima che ci vedessimo a cena da te, poi son tornato ad arrampicare e pedalare in dolomiti e infine sono stato ad un campo diocesano in val di zoldo… Quasi ci incontravamo!! 😀 In questi giorni ero proprio sotto la forcella Cibiana dove sarai sicuramente passato per arrivare al Bivacco Campestrin! Sai che ci ho dormito anche io?!! 😀 La notte dello scorso 31 Ottobre con degli amici sempre del CAI.. sul soppalco di legno.. E’ veramente un bel posto! a veder la foto mi sembra di esserci ancora 😛 Ti farò vedere prima o poi un po’ di foto dei miei giri… Complimenti per l’avventura!! A presto caro compagno di laboratorio!

  2. Delis ha detto:

    Ciao Alè!
    Ho appena letto il post con mia mamma 🙂 ha detto: “c’hai fatto sognà!” 😀

    Davvero coinvolgente il tuo resoconto, leggendo ci è proprio sembrato di vederti scalare le montagne sotto uno zaino di cui non oso immaginare le dimensioni..
    La fatica comunque in un modo o nell’altro ti segna sempre..quella fisica poi non solo fortifica lo spirito (e non è una frase fatta) ma secondo me ti pulisce l’anima, perché sudi via l’amarezza e il rancore e il dispiacere..da esausti si sente tutto il gusto della vita ed è un sapore stupendamente intenso.
    In più la natura sa offrire spettacoli che ti rimangono nel cuore e in un certo senso ti lasciano appagato..di sicuro, chi come te ha vissuto quest’esperienza si sentirà immensamente arricchito.

    Un abbraccio forte da zia e cugina

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