Chi ci scheda non ci merita

Pubblicato: 17 luglio 2010 in Sport

Noi siamo quelli che partono.
Che con la squadra ultima in classifica macinano le autostrade e le statali d’Italia, nel nome di una passione. Quelli degli striscioni, quelli dei cori che durano venti minuti, quelli a petto nudo sotto il diluvio. Quelli diffidati per aver acceso una torcia, quelli che pagano cara una giustizia sbilanciata e senza logica. Siamo il colore, il cuore, l’anima di uno sport che ha smarrito se stesso.
Quelli stritolati dai media, mostrificati dai giornali, sbattuti in prima pagina senza controprove e senza riguardi. Quelli che rischiano e cadono senza teli protettivi, senza ammortizzatori.
La prima inquadratura d’ogni derby, il vero prezzo del biglietto, la sostanza degli spalti.
Quelli che cantano con la squadra sotto di 4 reti, quelli che non perdono la vita a scrivere biografie di mercenari, che amano la maglia su ogni altra cosa, che non dipendono dai risultati.
Quelli che ci sono, quelli che ci sono sempre stati.
Un grido di libertà che si fa comunità d’intenti.
Ogni maledetta domenica.

Non siamo il nemico pubblico n.1, anche se è questo quel che raccontano.
Siamo quelli che danno ancora un senso umano a questo spettacolo di lustrini e luci della ribalta, di televisioni e divieti. Siamo quelli dei gruppi, i cani sciolti, i liberi pensieri, che dividono il sonno in un furgone, che occupano gli scompartimenti, che non conoscono stanchezza.
Siamo quelli che non restano seduti. Né sulle tribune, né sui divani.

Il ministro Maroni – e non è il solo – ci vede come l’unico male in un calcio fatto di tanti stadi vuoti e di poche tasche piene, di speculazioni e di diritti tv, di grandi schermi e società fallite.

Ci accetterebbe, ci accetterebbero, se accettassimo di diventare consumatori. Utenti, semplici comparse numerate, schedate, iper-controllate, obbedienti. Ci accetterebbero se ci decidessimo a versare i nostri soldi sulle loro carte di credito prepagate, a fare la fortuna di qualche banca in debito d’ossigeno. A rilasciare i nostri dati alle questure, a farci identificare, analizzare, vivisezionare; a sottoporre le nostre biografie al vaglio dei prefetti, ingoiando di buon grado che qualche nostro fratello diffidato non possa mai più mettere piede in uno stadio. Nel nome di una sicurezza che è solo un paravento per idioti.

Ma siamo noi che non accettiamo.

Oggi anche a Foggia ci chiedono di scendere a patti: o la tessera o niente abbonamento, ci dicono; o la tessera o nessuna trasferta, ribadiscono.

I ricatti non ci sono mai piaciuti.

NON CI ADEGUEREMO E A TUTTI QUELLI CHE ANCORA CREDONO CHE LA PASSIONE POSSA ESSERE PIU’ FORTE DEL DENARO E DELLA REPRESSIONE, CHIEDIAMO UNO SFORZO DI DIGNITA’: RINUNCIARE AD ABBONARSI, CONTRIBUIRE A FAR FALLIRE UN PROGETTO LIBERTICIDA UNICO IN EUROPA. Una misura talmente delirante che ha spinto finanche uno come Platini a definirla “una schedatura di massa”.

E se ancora non vi è chiaro il concetto, provate ad immaginare stadi silenziosi come uno studio televisivo, con 20 telecamere, prefiltraggi, tornelli, 150 steward, e zero socializzazione, zero passione, zero colore. Perché è questo che accettereste, questo che perdereste. Ne vale la pena?

NESSUN ABBONAMENTO – NO ALLA TESSERA DEL TIFOSO

Alcuni Tipi

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